Marco Ruini

Neurochirurgo

Martedì, 21 Febbraio 2012 09:01

Rivoluzioni culturali

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Il pensiero agli inizi dell'800. Dal Rinascimento a oggi le rivoluzioni culturali si sono susseguite ad un ritmo frenetico. Ogni secolo ha avuto uno o più cesure culturali che, anche se rapidamente superati, hanno fatto da supporto e hanno condizionato l'evoluzione successiva del pensiero. Così, anche il Darwinismo e la teoria dell'evoluzione hanno tratto nutrimento, per il loro sviluppo, dal pensiero e dalle intuizioni di tanti precursori e la rivoluzione Darwiniana è stata possibile perché era ormai maturo il tempo della contrapposizione alle idee predominanti a inizio Ottocento. Il secolo dei Lumi aveva posto l'accento sulla preminenza della ragione e sul ruolo centrale dell'uomo nel determinare la propria storia. Aveva va- lorizzato l'intelligenza umana mortifica- ta da secoli di metafisica e da una visione idealizzata della vita tesa all'assoluto, al trascendente. Aveva però ritenuto l'uomo come essere assolutamente razionale, negando le spinte interne irrazionali o spirituali, e aprendo la strada a una fiducia illimitata nelle capacità dell'uomo e nel progresso, compresa la possibilità, per la ragione, di guidare l'uomo verso un'era di felicità e giustizia, qui, ora, su questa terra. Era quello che aspettavano le masse di diseredati da una parte e gli intellettuali legati alla scienza e liberi pensatori dall'altra, continuamente frenati e osteggiati dal potere terreno e conservatore dei reggenti, con le Chiese in primo piano. Parallelamente alla fiducia nella ragione, non venne però meno una visione "metafisica", la credenza fi- nalistica e idealistica della vita. Fu Kant ad indicare la direzione per stravolgere questa visione dualistica in pieno periodo illuministico, criticando la ragione assoluta e intuendo, senza prove scientifiche, che la realtà oggettiva in sé "non esiste" (a noi, cioè, ne giunge solo l'immagine plasmata dalle forme a priori della conoscenza) e che ognuno di noi percepisce il mondo esterno con i sensi, ma elabora questa immagine col cervello (Kant parlava di intelletto e gli dava ancora una connotazione immateriale, ma certo il suo merito fu di avere "relativizzato" la conoscenza alle forme a prio- ri e ai dati della sensibilità), in modo tale che ogni visione della realtà è soggettiva e interna. Col senno di poi possiamo dire che Kant aprì in questo modo la strada alle Neuroscienze e al Positivismo e nello stesso tempo riaprì, però, le porte alla metafisica e all'idealismo che l'illuminismo aveva posto in seria difficoltà. Anche Kant non aveva messo in dubbio il posto di rilievo dell'uomo nella storia della vita, il suo antropocentrismo.
L'importanza dell'uomo come essere in grado di autodeterminarsi e governare il proprio sviluppo o come creatura eletta, posta da un Essere trascendente a governare il mondo, non veniva scalfita. L'uomo restava al centro dell'universo e misura di ogni cosa. Si riconosceva nell'umanità un livello superiore, un salto ontologico rispetto agli altri animali, primati compresi. L'uomo aveva una dote soprannaturale che comprendeva linguaggio, autocoscienza e ragione che sembravano un'esclusiva umana.

Darwinismo. Quando Darwin pubblicò L'origine delle specie nel 1859 at- tuò una delle più grandi rivoluzioni culturali della storia. Già altri, tra i quali suo nonno Erasmo, avevano parlato di evoluzione, di specie che si cambiano in altre. Darwin completò le loro intuizioni, non scoprì l'evoluzione, ma come questa avviene, le regole che ne stanno alla base. Scoprì nel suo viaggio di cinque anni attorno al mondo sulla nave Beagle della marina inglese, che tutti gli esseri viventi sono legati da un vincolo di parentela, da un progenitore comune che ha dato origine all'infinita varietà delle forme di vita e che l'evoluzione non è lineare, ma ramificata: come un albero dalla chioma enorme che continua a generare rametti nuovi. Alcuni di questi rami si seccano rapidamente, si estinguono nel senso evolutivo, altri si ingrandiscono e diventano grossi rami, le specie che riescono per un certo periodo ad avere il predominio in un dato habitat, ma tutti hanno un tronco comune e una stessa radice. Homo Sapiens non sarebbe altro che uno di questi rametti nati da poco, non è l'evoluzione lineare dei primati odierni, delle scimmie, ma un loro cugino con un progenitore comune. Basti pensare che 25.000 anni fa esistevano sulla Terra tre specie di ominidi: Homo Sapiens (ultimo esperimento umano sopravvissuto), Homo Neanderthalensis e Homo Floresiensis (nell'arcipelago indonesiano) vissuto fino a 12.000 anni fa. Darwin scoprì anche che tutti gli esseri viventi sono coinvolti nella lotta per la vita, sopravvivono i più adatti, quelli che hanno più possibilità di restare in vita e di riprodursi, mentre chi ha meno possibilità di adattarsi viene "elimina- to". Secondo tale teoria, l'evoluzione è un processo adattativo che avviene mediante tre fenomeni: 1. la nascita continua di variazioni, mutazioni, novità, singolarità; 2. l'ereditarietà di queste variazioni individuali che tendono a trasmettersi da una generazione all'altra (Mendel scoprì l'ereditarietà genetica più tardi confermando questo punto); 3. la selezione naturale attraverso la lotta continua per la sopravvivenza, grazie alla quale sopravvivono gli individui più favoriti, meglio strutturati per accaparrarsi le risorse naturali, che ottengono un vantaggio riproduttivo sugli individui meno adatti. Queste teorie stravolsero quasi tutte le idee sul ruolo dell'uomo presenti nella cultura di quel momento. Confutarono l'ottimismo sia del razionalismo sia della metafisica: gli organismi si evolvono a spese gli uni degli altri in una lotta continua per la sopravvivenza e per la riproduzione; l'uomo non è al centro dell'universo, ma solo uno dei rami dell'albero della vita sopravvissuto per caso e per un vantaggio adattativo legato a situazioni impreviste, casuali, per noi fortunate. Dopo Darwin abbiamo capito che l'antropocentrismo esiste perché guardiamo il mondo solo dal nostro punto di osservazione. Se lo osservassimo in base al tempo geolo- gico ci accorgeremmo di quanto sia insignificante il tempo dell'uomo nella storia della vita sulla Terra. I fattori ambientali, le migrazioni, le estinzioni di massa, le ere geologiche, hanno favorito alcuni individui rispetto ad altri, ma non hanno modificato alla base le fondamenta dell'evoluzione che è caratterizzata dall'essere lenta e casuale. Le variazioni genetiche impiegano decine di migliaia di anni per imporsi tanto che il nostro cervello, dal punto di vista genetico, è ancora quello dell'uomo delle caverne. In una godibile opera divulgativa del 1992, La straordinaria storia della vita sulla Terra, Piero e Alberto Angela descrissero i 4 miliardi di anni dalla comparsa della vita sulla Terra come se fossero compressi in un anno. Una visione così semplificata della storia della vita mostra che le prime mole- cole si sono aggregate 4 miliardi di anni fa (1 gennaio), i batteri sono comparsi 1,4 miliardi di anni fa (in agosto), il mare si è popolato di inver- tebrati 700 milioni di anni fa (novembre) e i primi vegetali sono comparsi 430 milioni di anni fa (22 novembre), i dinosauri sono vissuti da 270 a 145 milioni di anni fa (dal 10 al 18 dicem- bre, una sola settimana), i Sapiens sono comparsi 200-150.000 anni fa e l'agricoltura è stata scoperta 10.000 anni fa (gli ultimi secondi dell'anno). Considerando per semplicità i 4 miliardi di anni della storia della vita sulla Terra come fossero un anno, l'uomo moderno è quindi comparso negli ultimi secondi dell'anno, tutte le forme complesse si sono estinte rapidamente, le forme più semplici come i batteri resistono da un miliardo e mezzo di anni e non danno alcun segno di vecchiaia o stanchezza.
Quindi anche l'idea di una continua progressione, di una corsa lenta ma finalistica dell'evoluzione verso un continuo progresso, corrisponde al vero solo se la valutiamo partendo dal nostro punto di osservazione. Dal punto di vista della vita, l'evoluzione non è finalistica, il caso e l'imprevedibilità sono determinanti e la vita sembra privilegiare le forme più semplici come i batteri. L'uomo è l'ultimo prodotto dell'evoluzione e nulla lascia pensare che la sua estinzione futura possa arrecare un qualche danno alla vita sulla Terra. Come esempio possiamo prendere i paesi vicini alla centrale di Chernobyl e abbandonati da oltre venti anni, dopo che la fuga radioattiva li aveva resi invivibili. La vita vegetale e animale è tornata rigogliosa a riprendersi lo spazio che l'invasività dell'uomo le aveva sottratto. Possiamo solo dire che nel tempo l'evoluzione ha portato ad un progressivo aumento della complessità adattativa degli organismi, l'uomo è chiaramente più complesso dei batteri, ma non ha capacità adattive migliori. È comunque indubbio che in brevissimo tempo l'uomo ha avuto uno sviluppo strepitoso colonizzando ogni ambiente del globo terrestre. Ha ottenuto questo risultato modificando le regole dell'evoluzione a suo vantaggio, piegandole alle sue necessità.

L'uomo agente evolutivo. L'evoluzione naturale continua ancora, col suo passo lento del quale noi non possiamo vedere l'avanzare, ma negli ultimi 10.000 anni, l'incredibile sviluppo delle capacità cognitive nell'uomo lo ha reso responsabile di una forma di evoluzione parallela, non più legata al caso, ma alla volontà e alle aspettative di un Homo Sapiens tecnologizzato e invasivo. Telmo Pievani afferma: "l'azione dell'evoluzione è così lenta da essere pressoché invisibile ai nostri occhi tarati su un numero esiguo di generazioni. In compenso, la specie umana - tecnicamente una specie cosmopolita invasiva - è diventata essa stessa un potente e minaccioso agente evolutivo sulle altre specie, accelera esponenzialmente processi che richiederebbero migliaia di generazioni, altera i parametri ecosistemici su scala regionale e globale". L'uomo ha sviluppato una tecnologia in grado di modificare l'identità biologica propria e delle altre specie, le modifica geneticamente in tempi rapidissimi e in modo finalistico. L'essere umano ha stravolto un'altra regola dell'evoluzione, quella dell'adattamento all'ambiente: trasforma l'ambiente circostante piuttosto che adattarsi alle sue caratteristiche. Per fare questo ha sconvolto tutti gli habitat nei quali è arrivato e ha operato negli ultimi millenni una selezione delle specie vegetali e animali, creando un'evoluzione parallela che sta alterando tutti i parametri ecosistemici e mettendo in secondo piano l'evoluzione naturale. Negli ultimi 2.000 anni ha modificato gli ambienti provocando l'estinzione a catena del 50% delle specie animali e vegetali, con l'allevamento ha selezionato animali con caratteri che rispondono ai suoi fabbisogni di cibo o estetici e che li rendono inadatti a vivere fuori dall'ambiente umano. Ha stravolto l'ecosistema mondo con una perdita di diversità biologica paragonabile al cataclisma che ha provocato la scomparsa dei dinosauri.

Specie diverse: non eravamo unici.

La paleoantropologia è un ambito della conoscenza in continuo movimento. Le certezze di pochi anni prima possono essere messe in discussione da ritrovamenti o da nuove tecnologie di indagine. Così, infatti, è successo nel recente passato. Fino a poco tempo fa l'uomo di Neanderthal (Homo Neanderthalensis) era ritenuto predecessore di Homo Sapiens (che per questo era definito Homo Sapiens Sapiens, visto che anche il Neanderthal rientrava in questa classificazione con l'indicazione semplice di Homo Sapiens). Successivamente è parso chiaro che si trattava di due specie distinte che hanno convissuto fianco a fianco per centinaia di migliaia di anni. Questo dato indica di per sé come la storia naturale non assegni alla nostra specie un ruolo speciale, tanto più se si pensa che anche i Neanderthal erano capaci di rappresentazioni simboliche e di costruire tessuti sociali complessi. Recentemente le indagini sul genoma fossile hanno fornito ulteriori dati su cui riflettere: una parte dell'umanità odierna deriva dall'ibridazione tra Homo Sapiens arcaico e Homo Neanderthalensis.

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Marco Ruini

Specialista in Neurochirurgia e Neurologia, Direttore Sanitario Centro Medico Anemos, Responsabile dei Centri di Chirurgia del rachide Ospedale di Suzzara (MN), Casa di Cura Salus Hospital (RE), Casa di Cura Piacenza. Dirigente medico presso la Neurochirurgia di Parma fino al 1998 e responsabile della Neurotraumatologia di Reggio Emilia dal 1998 al 2003.

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Marco Ruini

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Specialista in Neurochirurgia e Neurologia, Direttore Sanitario Centro Medico Anemos, Responsabile dei Centri di Chirurgia del rachide Ospedale di Suzzara (MN), Casa di Cura Salus Hospital (RE). Ospedale Civile di Fiorenzuola (Piacenza). Casa di Cura San Clemente (Mantova). Dirigente medico Villa Maria Cecilia di Cotignola (Ravenna). Dirigente medico presso la Neurochirurgia di Parma fino al 1998 e responsabile della Neurotraumatologia di Reggio Emilia dal 1998 al 2003.

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Notiziario ufficiale della sno

In questo bollettino sno, alle pagine 6 e 7, è riportato un importante articolo che riguarda l'attovità di Marco Ruini e del Centro Anemos.
Vengono inoltre elencate le attività alle quali Marco Ruini e il Centro Anemos prendono parte, tra cui il volontariato per i Paesi emergenti umanitari proposti da sacerdoti o gruppi di missionari che aiutano progetti in varie zone del mondo.

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